Nato come idea americana e diventato un fenomeno tutto italiano: aprire la propria cucina a sconosciuti paganti continua a crescere, ma la legge che dovrebbe regolarlo è ferma in Senato dal 2017.

Organizzo cene a domicilio da anni, e la domanda che mi sento fare più spesso — da chi mi scrive dopo una serata riuscita — è sempre la stessa: "ma questa cosa, posso farla anch'io a casa mia?" La risposta breve è sì, ma con parecchie condizioni che quasi nessuno conosce davvero. L'home restaurant, cioè la pratica di trasformare la propria abitazione in un luogo dove si cucina e si serve a pagamento, è uno dei fenomeni gastronomici più interessanti — e più mal capiti — degli ultimi quindici anni in Italia. È cresciuto rapidamente, ha attraversato tribunali e aule parlamentari, e oggi vive ancora in una zona grigia che vale la pena conoscere prima di improvvisarsi cuochi di casa per un pubblico pagante.

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Le origini: un'idea arrivata dagli Stati Uniti, radicata in Emilia

Prima ancora che si parlasse di home restaurant, in Italia esisteva già qualcosa di simile, ma con uno spirito diverso. Nel 2004 nasce a Bologna Le Cesarine, un'associazione culturale gastronomica fondata dalla sociologa Egeria Di Nallo, con il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole, della Regione Emilia-Romagna e dell'Università di Bologna. L'obiettivo non era commerciale: si trattava di tutelare e tramandare le ricette di famiglia attraverso l'ospitalità di cuoche non professioniste — le "cesarine", termine che un tempo indicava affettuosamente le massaie emiliano-romagnole. Nel 2014 l'imprenditore Davide Maggi ha rilevato il progetto trasformandolo nella piattaforma Cesarine.com, che oggi conta circa 1.500 microimprenditori in oltre 450 località italiane e che, secondo i dati dell'associazione, ha accolto circa 50.000 ospiti in un solo anno — per l'80% turisti stranieri.

Il fenomeno come lo intendiamo oggi, però, arriva da un'altra direzione: il social eating nato negli Stati Uniti intorno al 2013, un modello di condivisione peer-to-peer dei pasti che si inserisce nella più ampia sharing economy — la stessa logica di Airbnb applicata alla tavola. In Italia il primo grande portale dedicato nasce tra il 2011 e il 2013: si chiama Gnammo, fondato a cavallo tra Torino e Bari da Cristiano Rigon, Gian Luca Ranno e Walter Dabbicco, tre ragazzi incubati all'I3P del Politecnico di Torino. L'idea, raccontano i fondatori, è nata da una battuta ricorrente tra amici — "ma come cucini bene, perché non apri un ristorante?" — trasformata in una piattaforma che in pochi anni ha raggiunto decine di migliaia di iscritti in centinaia di città italiane.

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Quanto si è diffuso: numeri di un fenomeno tutt'altro che marginale

I dati disponibili raccontano una crescita costante, anche se le fonti restano frammentarie proprio a causa dell'assenza di un registro nazionale ufficiale del settore. Già nel 2017 un'indagine Coldiretti/Censis stimava in oltre tre milioni gli italiani che frequentavano con una certa regolarità gli home restaurant. Quasi dieci anni dopo, il trend non si è affatto fermato: una delle piattaforme oggi più attive, Home Restaurant Hotel, ha registrato una crescita degli utenti del 113% nel solo primo semestre del 2025.

Una ricerca promossa da The Adecco Group su base Gnammo ha fotografato anche la geografia del fenomeno: la Lombardia guida la classifica con il 22,4% dei cuochi "social" attivi sul territorio nazionale, seguita da Lazio (16,9%) e Piemonte (13,5%) — non a caso la regione in cui Gnammo è nata. A livello di singole città, Milano concentra l'8,4% dell'offerta nazionale ed è sede di realtà note come il Ma' Hidden Kitchen Supper Club, Roma segue con l'8,2% (qui opera Ceneromane.com), mentre Torino, terza piazza con il 5,6%, resta la culla storica del social eating italiano.

Il Fenomeno in Cifre
  • Frequentatori regolariOltre 3 milioni di italiani (indagine Coldiretti/Censis, 2017)
  • Crescita utenti 2025+113% nel primo semestre su Home Restaurant Hotel
  • Prima regioneLombardia, 22,4% dei cuochi social attivi
  • Prima rete storicaLe Cesarine — nata nel 2004, oggi 1.500 cuoche in 450+ località
  • Prima piattaforma di social eatingGnammo — nata 2011-2013 tra Torino e Bari
  • Legge nazionale in vigoreNessuna, al 2026
  • Iter legislativoFermo in Senato (S. 2647) dal 2017
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Social eating o home restaurant? Una distinzione che fa la differenza legale

È qui che comincia la parte più delicata, e anche quella meno raccontata. Nel linguaggio comune "social eating" e "home restaurant" vengono usati come sinonimi, ma per la giurisprudenza italiana non lo sono affatto — e la differenza determina se un'attività è legale o meno. Il social eating, nella definizione adottata dalle stesse piattaforme del settore, corrisponde a eventi tra persone che si conoscono almeno virtualmente, organizzati saltuariamente, riservati a chi ha prenotato ed è stato accettato dal cuoco, senza una vera organizzazione imprenditoriale e con finalità dichiaratamente sociali più che commerciali. L'home restaurant, invece, è un'attività svolta con regolarità, spesso pubblicizzata apertamente sui social a un pubblico indistinto, dove il ritorno economico ha un peso rilevante.

Questa distinzione non è accademica: la giurisprudenza recente ha stabilito che quando un'attività assume le caratteristiche della seconda categoria, smette di essere un'iniziativa privata tra privati e diventa, a tutti gli effetti, somministrazione al pubblico di alimenti e bevande — con tutti gli obblighi che ne conseguono.

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Il vuoto normativo: una legge ferma dal 2017

Il punto più sorprendente, per chi si avvicina oggi al fenomeno, è che l'Italia non ha ancora una legge nazionale specifica sull'home restaurant. Il tentativo più concreto risale al 17 gennaio 2017, quando la Camera dei Deputati approvò un disegno di legge unificato (atto C. 3258, primo firmatario il deputato Antonino Minardo) per disciplinare l'attività di ristorazione in abitazione privata. Il testo prevedeva, tra le altre cose, un tetto massimo di 500 coperti e 5.000 euro di proventi annui, l'obbligo di prenotazioni e pagamenti esclusivamente digitali attraverso piattaforme tracciate, e requisiti minimi di abitabilità e igiene per gli immobili utilizzati.

Trasmesso al Senato con il numero S. 2647, il disegno di legge è però rimasto fermo da allora: non è mai arrivato in aula per il voto definitivo. Nel frattempo, in assenza di una norma nazionale, il settore si è retto su un impianto più debole: una risoluzione del Ministero dello Sviluppo Economico del 2015 — richiesta dalla Federazione Italiana Pubblici Esercizi (Fipe) — che per prima ha equiparato di fatto gli home restaurant ai pubblici esercizi tradizionali.

A colmare parzialmente il vuoto ci ha pensato la giurisprudenza. Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 02437/2023, e successivamente il Tribunale di Pisa, con la sentenza n. 492/2024 dell'8 aprile 2024, hanno confermato lo stesso principio: quando un home restaurant viene pubblicizzato sui social e reso accessibile a un pubblico indistinto e non a una cerchia di conoscenti, l'attività rientra a pieno titolo nella somministrazione al pubblico disciplinata dalla legge n. 287 del 1991 — e deve quindi rispettare gli stessi obblighi di un bar o di un ristorante, a partire dalla SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) e dal rispetto delle procedure HACCP.

Il discrimine non è la location, ma il modello: un evento occasionale tra persone che si conoscono resta un fatto privato, ma un'attività regolare, pubblicizzata e organizzata per generare reddito si comporta, agli occhi della legge, come un vero pubblico esercizio — indipendentemente dal fatto che si svolga in una cucina di casa.

Cosa ha stabilito, nel concreto, la giurisprudenza

  • Risoluzione MISE 2015. Prima presa di posizione ministeriale, su richiesta della Fipe, che equipara l'home restaurant abituale ai pubblici esercizi soggetti alle stesse regole di somministrazione.
  • Consiglio di Stato, sentenza n. 02437/2023. La gestione ricorrente di un servizio di ristoro all'interno di un immobile privato, aperto anche a clienti occasionali oltre alla cerchia più stretta, rientra nel concetto di somministrazione.
  • Tribunale di Pisa, sentenza n. 492/2024 (8 aprile 2024). Conferma l'obbligo di SCIA per un home restaurant pubblicizzato sui social e aperto a un pubblico indistinto, equiparandolo in tutto e per tutto a un pubblico esercizio.
  • Il confine resta l'occasionalità. Le cene tra amici o conoscenti, non pubblicizzate a un pubblico indeterminato e senza una vera finalità imprenditoriale, restano fuori da questi obblighi — anche se a pagamento — e i relativi proventi vanno comunque dichiarati come redditi diversi.
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Come si stanno muovendo le Regioni

In assenza di una legge nazionale, diverse Regioni hanno emanato proprie linee di indirizzo interpretativo, applicando la normativa regionale già esistente in materia di somministrazione al pubblico. La Regione Veneto, ad esempio, ha chiarito che l'home restaurant ricade sotto la legge regionale n. 29 del 21 settembre 2007 sulla somministrazione, distinguendolo dall'home food — la preparazione di cibi in cucina domestica destinati alla vendita, configurata come vera e propria attività di impresa artigiana ai sensi della legge n. 443 del 1985, con relativo obbligo di iscrizione all'albo delle imprese artigiane. Anche la Provincia Autonoma di Trento e altre Regioni, tra cui la Campania, hanno adottato criteri interpretativi simili, in attesa di una disciplina unitaria a livello nazionale.

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I tratti che definiscono un home restaurant

Il Cuoco

Quasi sempre un appassionato non professionista, a volte un professionista del food in una fase diversa della carriera. La cucina domestica, non lo stellato, è il punto di forza dichiarato.

La Location

L'abitazione privata del cuoco, con un numero di coperti volutamente contenuto — in media tra 4 e 12 ospiti a evento secondo i dati storici di Gnammo.

La Piattaforma

Il punto di contatto tra cuoco e ospite: da Gnammo, oggi non più attiva, a Cesarine, Home Restaurant Hotel, Ceneromane, fino a EatWith per il pubblico internazionale.

La Community

Prenotazione online, pagamento digitale tracciato, recensioni reciproche tra ospite e cuoco: un modello di fiducia mutuato in tutto e per tutto dalla sharing economy.

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Il dibattito aperto: concorrenza leale e regole disuguali

Il settore della ristorazione tradizionale non guarda al fenomeno con indifferenza. Secondo quanto dichiarato da Luciano Sbraga, Vice Direttore Generale della Fipe, il problema non è la concorrenza in sé — il mercato della ristorazione italiana è già altamente competitivo — quanto la disparità di regole applicate: alcuni operatori dell'home restaurant considerano la propria attività marginale e non imprenditoriale anche quando organizzano cene dal costo paragonabile a un locale fine dining stellato, sfuggendo così agli stessi controlli e adempimenti richiesti a un ristorante tradizionale. È una tensione che la legge ferma in Senato dal 2017 avrebbe dovuto sciogliere, e che invece resta irrisolta.

Una nota finale: se anche tu, come tanti che scrivono a SissiCooking, stai pensando di trasformare la tua cucina in un piccolo home restaurant, il consiglio più onesto che posso darti è questo: prima di accettare la prima prenotazione, verifica cosa prevede la normativa della tua Regione e valuta con attenzione se la tua attività, per frequenza e pubblico raggiunto, rientra nella somministrazione al pubblico. La differenza tra una bellissima cena tra amici e un'attività che richiede SCIA e HACCP non è nella cucina — è nella regolarità e nella pubblicità che le dai. Meglio saperlo prima, che scoprirlo dopo un controllo.