Niente medioevo, niente corti rinascimentali: i cannelloni come li conosciamo sono un'invenzione quasi novecentesca, contesa a colpi di campane a festa tra due costiere che ancora oggi non si sono messe d'accordo su chi li abbia inventati per primo.
C'è un equivoco che porto avanti da anni, e lo confesso volentieri: davo per scontato che i cannelloni fossero un piatto antico, uno di quei formati di pasta ripiena che affondano le radici nel Rinascimento italiano, come i tortelli o i ravioli. Poi ho iniziato a scavare nelle fonti — vecchi ricettari, articoli di storici della gastronomia, la cronaca locale della Costiera Amalfitana che ancora oggi si accapiglia sulla paternità del piatto — e ho scoperto una storia molto più recente, molto più contesa e, se possibile, ancora più affascinante. I cannelloni non hanno cent'anni di più della bicicletta a pedali. E la loro biografia è fatta di equivoci, rivalità di paese e un pizzico di leggenda che nemmeno i protagonisti hanno mai voluto dipanare fino in fondo.
Questo è un articolo antologico: raccolgo qui tutte le tracce che sono riuscita a trovare, dalle più solide alle più incerte, indicando sempre quanto ci si può fidare di ciascuna. Perché quando le fonti si contraddicono — ed è esattamente quello che succede con i cannelloni — il compito di chi scrive di cibo non è scegliere la versione più comoda, ma raccontare la contraddizione stessa.
Un nome più antico del piatto
Partiamo dalla parola. Cannellone deriva dal latino canna, tubo o cannuccia — un'etimologia trasparente, che descrive semplicemente la forma cilindrica dell'involucro di pasta. Ma qui nasce il primo, piccolo inganno storico: il nome "cannelloni" circolava nei ricettari italiani già dal Seicento, riferito però a tutt'altro. Esistevano i cannelloni dolci — pasta frolla fritta, ripiena di crema o ricotta e spolverata di zucchero, antenati diretti degli attuali cannoli siciliani, solo più piccoli e a forma di tubicino. Ed esistevano i cannelloni di carne, che oggi chiameremmo più correttamente involtini: sottili fettine di pollo, vitello o persino testuggine, farcite, arrotolate e cotte in forno, in padella o fritte, come ricorda il cuoco napoletano Vincenzo Corrado nel suo trattato Il Cuoco Galante del 1773.
In altre parole: per almeno due secoli il termine "cannellone" ha viaggiato senza il piatto che oggi gli associamo. La pasta ripiena e arrotolata, gratinata in forno con besciamella o ragù, è un'invenzione molto più tarda — e per arrivarci dobbiamo attraversare quasi tutto l'Ottocento.
- EtimologiaDal latino "canna" (tubo, cannuccia)
- Primo uso del nomeXVII secolo, ma per piatti diversi (dolci fritti, involtini di carne)
- Antenati direttiMaccheroni ripieni nei timballi napoletani, Vincenzo Corrado, 1773
- Prima forma "moderna" documentata"Cannoncelli alla bresciana", Giuseppe Sorbiatti, 1855
- Primi veri cannelloni di pasta con nome attualeAlberto Cougnet, 1910
- Codificazione del piatto con farcia di carneSalvatore Coletta, Amalfi, 10 agosto 1924
- Massima diffusioneAnni '60-'80 del Novecento, in tutta Italia
- Confusione internazionaleManicotti (USA), spesso crespelle e non pasta
Gli antenati: dai timballi napoletani ai maccheroni farciti
Il primo vero antenato dei cannelloni di pasta lo troviamo ancora in Corrado, sempre ne Il Cuoco Galante: maccheroni ripieni con un composto di "carne di Vitello passata, e pesta con tartufi, midolla di Manzo, parmegiano, e gialli d'uova", racchiusi dentro i grandi timballi delle corti napoletane del Settecento. Non è ancora un cannellone — è un maccherone farcito e nascosto in una crosta di pasta frolla — ma il principio è già lì: un formato di pasta che diventa contenitore per un ripieno saporito.
A metà Ottocento la pratica si fa più diretta: i maccheroni, comprati ancora morbidi direttamente dai "vermicellai" (gli artigiani che producevano e vendevano pasta fresca), venivano farciti con vari ripieni e passati in forno con sugo di carne e parmigiano. È un passaggio intermedio importante, perché comincia a separare l'idea di "pasta come involucro" da quella di "pasta come companatico".
Il salto verso qualcosa di realmente simile ai cannelloni contemporanei avviene però nel 1855, nel ricettario La Gastronomia Moderna di Giuseppe Sorbiatti. L'autore descrive dei "Cannoncelli alla bresciana": una sfoglia particolare, fatta con uova, farina e una parte di polenta, stesa al matterello e poi farcita con verza o broccolo, cipolla, burro, pangrattato, formaggio e spezie, arrotolata in piccoli cilindri e servita con burro tostato e parmigiano. È la prima volta che una sfoglia viene effettivamente arrotolata attorno a un ripieno — il gesto tecnico che definisce ancora oggi il cannellone.
1910: nascono i "veri" cannelloni di pasta
Bisogna aspettare il 1910 e i due volumi de L'Arte Cucinaria in Italia di Alberto Cougnet per vedere comparire, per la prima volta, cannelloni di pasta veri e propri, con tanto di denominazione geografica. Cougnet registra due ricette parallele: i "cannelloni alla bolognese" e i "cannelloni alla siciliana". Curiosamente — e controintuitivamente — sono quelli siciliani a essere fatti con sfoglia tirata al matterello e farcita con un ripieno a base di pomodoro, cipolla, vino e uovo, profumato di timo e basilico. Quelli "alla bolognese", invece, in quella prima codifica non sono altro che grandi maccheroni (chiamati proprio "cannelloni" in Toscana) conditi a strati con un ricco ragù di vitello, funghi e panna — la versione elaborata del ragù bolognese descritto poco prima da Pellegrino Artusi.
Il nome, insomma, arriva prima del piatto come lo intendiamo noi. E quando finalmente il piatto prende forma, lo fa in un turbinio di varianti regionali che i ricettari del primo Novecento registrano con entusiasmo quasi competitivo: cannelloni "alla lombarda", "alla toscana", "alla Rossini", "alla provenzale", persino "Quisisana", dal nome del celebre albergo di Capri. Li troviamo perfino citati nel 1959 in How to Eat Well and Stay Well — The Mediterranean Way di Ancel Keys, il fisiologo americano che con quel libro pose le basi della moderna definizione di dieta mediterranea.
La disputa costiera: Amalfi contro Sorrento
Ed eccoci al cuore pulsante della storia — quello che rende i cannelloni un caso più unico che raro nella gastronomia italiana: un piatto la cui nascita "moderna" è rivendicata da due località a pochi chilometri di distanza, con tanto di celebrazioni del centenario e derby gastronomici organizzati apposta per l'occasione.
Amalfi, 10 agosto 1924: la storia documentata
Il racconto più solido, corroborato da più fonti indipendenti della cronaca campana, colloca la nascita del piatto all'Hotel Cappuccini di Amalfi (oggi Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel), un ex convento francescano riconvertito in albergo di lusso dalla famiglia Vozzi a fine Ottocento. Il 10 agosto 1924 lo chef — o meglio, il "monzù", come si chiamavano i cuochi di formazione francese nelle grandi case napoletane — Salvatore Coletta presentò, dopo mesi di sperimentazione, un piatto nuovo: sfoglie di pasta arrotolate attorno a un ripieno di carne macinata, ricotta e fiordilatte, coperte di sugo e gratinate.
L'aneddoto che accompagna la nascita del piatto è delizioso e ben documentato dalla stampa locale: tra l'Hotel Cappuccini e l'Hotel Luna, diretto concorrente, esisteva un accordo cavalleresco — quando uno dei due alberghi inventava un piatto nuovo, il primo assaggio e giudizio spettava all'altro. Fu così che don Andrea Barbaro, patron del Luna, assaggiò per primo il "rotolino" di Coletta e lo dichiarò "cosa divina". Le campane del convento di San Francesco, attiguo all'Hotel Luna, suonarono a festa come per una Resurrezione pasquale, imitate da quelle della cattedrale e delle altre chiese di Amalfi: la città intera venne a sapere, in quel modo, che era appena nato un piatto nuovo. La vicenda è narrata nel dettaglio dal giornalista Gaetano Afeltra nel libretto Nascita dei cannelloni ad Amalfi, pubblicato nel 1987.
Alle tredici di un giorno d'agosto del 1924, forse il 10, festività di San Lorenzo, le campane della chiesa conventuale di San Francesco suonarono a distesa, come avviene al momento della Resurrezione pasquale. Si pensò a un evento prodigioso — non era che la nascita dei cannelloni.
Sorrento: la leggenda de "La Favorita"
Sul versante opposto del promontorio, Sorrento rivendica una storia più antica ma esplicitamente definita, dagli stessi cronisti campani, come leggenda piuttosto che documentazione storica. Vorrebbe attribuire la nascita del piatto ad Antonino Ercolano, fondatore del ristorante "'O Parrucchiano", che avrebbe servito già a fine Ottocento, nella piccola trattoria "La Favorita", un piatto di sfoglie ripiene con il nome originario di "strascinati". La fonte principale di questa versione è letteraria, non documentaria: il romanzo Don Alfonso 1890. Salvatore Di Giacomo e Sant'Agata sui Due Golfi di Raffaele Lauro, dedicato al capostipite di una nota famiglia di albergatori sorrentini.
La distinzione che gli stessi protagonisti della "disfida" tracciano è netta: "Ad Amalfi è storia, a Sorrento è leggenda", come sintetizzato dagli organizzatori del centenario amalfitano celebrato nel 2024. Non è un giudizio che intendo far mio senza cautela — la memoria orale locale ha spesso un fondo di verità che i documenti scritti non registrano — ma è corretto segnalare che le due versioni non godono dello stesso livello di riscontro. Al di là di chi abbia ragione, resta una differenza di stile riconosciuta anche dagli chef della zona: i cannelloni all'amalfitana puntano su un ripieno ricco di carne, ricotta e fiordilatte; quelli alla sorrentina si riconoscono per l'abbondante strato di mozzarella che ricopre l'involucro, avvolto nel pomodoro.
Due grandi scuole regionali
Al netto della disputa sulla nascita, i cannelloni si sono sviluppati in Italia lungo due tradizioni distinte e riconoscibili, che convivono ancora oggi nei ricettari di famiglia — e che è utile mettere a confronto per capire perché "il cannellone giusto" cambia radicalmente a seconda di dove si nasce.
Tradizione Campana / Centro-Sud
Sfoglia sottile all'uovo, spesso trafilata. Ripieno di carne tritata mista, fiordilatte o provola, uova sode. Condimento esterno: ragù napoletano lungo, con parmigiano o pecorino grattugiato. È la linea diretta della tradizione amalfitana e sorrentina, con la carne e il formaggio filante come protagonisti assoluti.
Tradizione Emiliana / Nord
Pasta all'uovo tirata a mano, più delicata. Ripieno di ragù bolognese classico oppure, nella versione magra, ricotta e spinaci. Condimento esterno: besciamella, ragù e formaggio grana, gratinati in forno. È la linea che privilegia la cremosità della besciamella sopra la sostanza della carne.
Questa distinzione non è un'invenzione recente: la troviamo già nei ricettari del primo Novecento, quando Cougnet registrava separatamente i "cannelloni alla bolognese" — grossi maccheroni conditi a strati di ragù, funghi e panna — e le versioni farcite più simili alla scuola campana. Ed è la stessa distinzione che, decenni dopo, guida ancora oggi le cucine dei ristoranti: la ricetta del ristorante Al Pappagallo di Bologna, per esempio, mantiene la doppia besciamella (una amalgamata al ripieno di ragù di vitello e ricotta, una a velare la superficie) come cifra stilistica precisa della scuola emiliana.
Il secolo d'oro: dagli anni Sessanta al declino del fine dining
Se la nascita dei cannelloni è un evento puntuale, databile quasi al giorno, la loro diffusione è stata un fenomeno lento e poi improvvisamente esplosivo. Consultando la Guida gastronomica e turistica d'Italia del 1960-61, emerge un dato curioso: su 42 ristoranti censiti a Roma, ben 18 pubblicizzavano i propri cannelloni di carne come specialità — contro soli 4 che reclamizzavano l'amatriciana e altrettanti la carbonara. In pochi decenni, un piatto nato in un albergo di lusso della Costiera era diventato un classico popolare, presente sulle tavole domenicali da nord a sud.
Tra gli anni Sessanta e la fine del millennio i cannelloni vissero il loro momento di massimo splendore, con un apice negli anni Settanta e Ottanta. Il vantaggio pratico rispetto alla rivale di sempre, la lasagna, era la rapidità di confezionamento: questo ne favorì la diffusione anche in contesti di ristorazione veloce — mense, tavole calde, rosticcerie — non sempre con risultati all'altezza dell'originale. Oggi il piatto è raro nei menu del fine dining, ma resiste con forza nelle trattorie di tradizione: dal Lazio, dove Sora Maria e Arcangelo a Olevano Romano ne ha fatto un cavallo di battaglia, fino alle reinterpretazioni contemporanee — ricotta, spinacio selvatico e fonduta di pecorino, o le doppie versioni estive e invernali proposte da alcuni ristoranti bolognesi.
Cannelloni o Manicotti? L'equivoco internazionale
Chi ha viaggiato negli Stati Uniti avrà probabilmente incontrato i manicotti, spesso presentati come l'equivalente americano dei cannelloni. La parola significa letteralmente "maniche" — un'immagine altrettanto tessile e altrettanto pertinente di "canna" — ma il piatto che ne è derivato ha preso una strada diversa da quella italiana. La versione italoamericana più diffusa utilizza tubi di pasta secca prodotti industrialmente, spesso rigati, oppure — nella variante più fedele alla tradizione originaria — crespelle sottili cotte in un'apposita padella, farcite con ricotta e arrotolate.
In Italia il termine "manicotti" non è praticamente in uso: la pasta secca a tubo grande destinata ai cannelloni viene chiamata semplicemente "cannelloni", e la tecnica prevalente resta quella della sfoglia fresca arrotolata a mano, non del tubo preformato. È una di quelle divergenze linguistiche e gastronomiche, piuttosto comuni nella cucina italoamericana, in cui un nome nato per descrivere un dettaglio tecnico (la forma dell'involucro) finisce per identificare un piatto quasi autonomo.
Come riconoscere un cannellone fatto come si deve
Dopo aver ricostruito questa storia frammentata, ecco cosa guardo io quando valuto — al ristorante o nella mia stessa cucina — se un cannellone è stato fatto con la cura che questo piatto, nonostante la sua giovane età, si è ormai meritato.
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Sfoglia fresca, non tubo secco. Il cannellone della tradizione italiana nasce da una sfoglia all'uovo arrotolata a mano attorno al ripieno, non da un tubo di pasta secca preformato. Il tubo secco, per quanto pratico, è la scorciatoia industriale — accettabile in cucina di tutti i giorni, ma lontana dall'origine del piatto.
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Coerenza tra ripieno e condimento esterno. Un ripieno di carne e formaggio filante chiama un condimento di ragù napoletano; un ripieno di ricotta e spinaci chiama besciamella. Mescolare le due scuole senza criterio è il modo più rapido per ottenere un piatto squilibrato, né campano né emiliano.
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Besciamella non eccessiva. La besciamella deve velare, non annegare. Un cannellone sommerso di besciamella nasconde il ripieno invece di esaltarlo — un difetto comune nella ristorazione veloce che ha reso il piatto meno pregiato nel secondo Novecento.
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Gratinatura leggera, non bruciata. La superficie deve dorarsi appena, con il grill acceso solo negli ultimi minuti di cottura. Una crosta troppo scura segnala una cottura prolungata che probabilmente ha già seccato l'interno.
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Lunghezza e spessore regolari. I cannelloni fatti a mano vengono spuntati lateralmente per uniformare la lunghezza — un dettaglio artigianale che nella pasta secca preformata semplicemente non esiste, ma che nella pasta fresca fa la differenza tra un piatto curato e uno raffazzonato.
Le varianti che i ricettari hanno dimenticato
Prima di chiudere, vale la pena rendere omaggio alla stagione più creativa della storia dei cannelloni: il primo Novecento, quando ogni cuoco sembrava voler firmare la propria versione con un nome geografico o altisonante.
Alla Rossini
Dedicati al compositore gastronomo Gioachino Rossini, con ripieni arricchiti da fegato grasso e tartufo — nello spirito delle tante preparazioni "alla Rossini" che punteggiano la cucina italiana ottocentesca.
Alla Provenzale
Un'influenza francese neanche troppo velata, con erbe aromatiche mediterranee e un ripieno più leggero, memoria dei rapporti storici tra cucina francese e cucina delle corti italiane.
Quisisana
Presi in prestito dal nome del celebre albergo di Capri: un esempio di come, all'epoca, i grandi hotel di villeggiatura funzionassero da vetrina e da laboratorio per nuove ricette destinate a diffondersi.
Alla Siciliana
Nella codifica di Cougnet del 1910, sorprendentemente i più vicini al cannellone moderno: sfoglia arrotolata farcita con pomodoro, cipolla, vino, uovo, timo e basilico — mentre i "bolognesi" restavano ancora grandi maccheroni.
Una nota finale: mi piace che i cannelloni, nonostante la loro storia relativamente breve, si siano già guadagnati due dispute municipali, un centenario festeggiato con un derby gastronomico e una quantità di varianti regionali che nemmeno i piatti medievali possono vantare. È la prova che in Italia non serve avere sette secoli di storia per diventare un classico: basta una sfoglia arrotolata bene, un ripieno giusto e — a quanto pare — un vicino di casa con cui competere.